Mons. Domenico Arcaroli ultimo Vescovi di Vieste - Pastore Arcade a Napoli nel 1766 (articolo di Nicola Parisi).

Mons. Domenico Arcaroli Vescovo di Vieste. Collegiata di Vico del Gargano


Alla svolta fra il Sei Settecento le accademie divennero molto di più dell’Università centro di circolazione delle nuove idee, un contesto dove emerge l’importanza delle relazioni fra intellettuali e in particolare fra l’ambiente romano e quello napoletano, dove spicca il ruolo della figura di Celestino Galiani e dell’altro conterraneo Pietro Giannone.


Dalla testimonianza del Nunzio Simonetti leggiamo “ Si fanno per tutta la Città [Napoli] Accademie in diverse facoltà, e molte si sa esser buone; altre però sono sospette, essendo certe che la gioventù legge libri Francesi, ed Oltremontani, e le massime di quelli contro la Chiesa e gli Ecclesiastici, si spacciano con pompa pubblicamente, avendo preso gusto nella critica delle materie Ecclesiastiche, ed alle nuove opinioni cartesiane”.

Il Minieri Riccio nell’elenco delle Accademie nella città di Napoli cita la Colonia Aletina fondata nel 1741, ispirata dall’Arcadia di Roma fondata nel 1690, si richiama a questa non solo come movimento letterario, ma come vera e propria scuola di pensiero: classicista; amanti della poesia classicheggiante, eruditi e studiosi che si richiamavano ai pastori-poeti della mitica Arcadia.

La Colonia Aletina fondata in onore dell’Immacolata Concezione aveva sede nella chiesa di Sant’Agostino degli Scalzi, dedicata a S. Maria della Verità. Dichiarata la novella Accademia Colonia dell’Arcadia di Roma dal 1753, aveva preso come emblema un Cigno sulle acque, sopra del quale pendeva la Fistula Pastorale col motto “ et canit, et cadent”.

L’istituzione dagli interessi prevalentemente religiosi, teneva la seduta annuale in occasione della solennità dell’Immacolata Concezione di Maria e gli accademici erano chiamati a recitare componimenti in versi e in prosa in onore della Beata Vergine. Composizioni, che a parte qualche guizzo particolarmente espressivo, non riescono quasi mai ad allontanarsi davvero dai più usuali dettami della poesia arcadica.

Nella raccolta di prosa e versi recitati in lode dell’Immacolata Concezione di Maria , l’otto dicembre dell’anno 1766 si ritrova il componimento di Domenico Arcaroli Eccitato Viciense tra gli Arcadi Nivilio.

Per l’Arcaroli erano gli anni della permanenza a Napoli dove frequentava la pubblica Università e ne conseguiva il grado di dottore dell’una e dell’altra legge “ in utroque jure” il 29 novembre 1768. Nella testimonianza di Saverio Politi sacerdote della Diocesi di Tropea, deposta nel processo concistoriale del 27 gennaio 1776, per la nomina di vescovo di Lavello, il compagno di studi dichiarava “ La cognizione che io tengo del S. D. Domenico Arcaroli è incominciata nella Città di Napoli da anni 15 à questa parte, in occasione che frequentavamo diverse legali Accademie, che si tenevano nella suddetta Città nelle quali unitamente più volte ci siamo portati, ed il tal congiuntura lo principiai non solo a conoscere ma anche a trattare, il che ho continuato a fare interportarmi però per via di carteggio”i.



L’Arcaroli già ordinato sacerdote l’8 maggio 1755 presso il seminario Arcivescovile di Manfredonia, fu accademico del sodalizio culturale dell’Accademia degli Eccitati di Vico del Gargano sorta del 1759 come si legge negli statuti. Contemporaneamente, durante il periodo in cui egli si trovava nella capitale del regno per i corso di studi giuridici, frequentò gli ambienti accademici, più vicini al suo spirito di zelante ecclesiastico. Tale era il contesto della Colonia Aletina fondata dai padri Agostiniani Eremitani Scalzi di Napoli, che si riunivano annualmente nella chiesa di Chiesa di S. Maria della Verità.

Nei versi egli canta una eterna lode alla Madre Celeste resa immune dal peccato perché destinata ad essere madre del Figlio; vincitrice del male è invocata a soccorrere l’umanità e liberarla dal peccato. La conclusione è un invito a lodare Maria “ Seguite, o Arcadi i vostri canti lieti, e festanti”.



E qual insolita

Novella è questa,

che la foresta

d’inni , e cantici

tutto risuona;

e al piano, e al monte ,

e al colle, e al prato,

fuor dell’usato

ciascun ornato d’immortal corona

la nobil fronte,

si vedono d’Arcadia i pastorelli

cacciar dal gregge dl’innocenti agnelli?

Ah si, sovvengomi

qual sia la bella

cagion di quella

gioia, che ingombera

di tutti il petto.

Oggi a’ mortali

quel dì risplende,

per cui si accende

di stizza, di livore, e di dispetto

chi a’ nostri mali

diè la spinta crudel, per cui la morte

venn’ella a trionfar di nostra sorte.

A Voi, gran Vergine,

i dì festivo

oggi è votivo:

sì , a Voi si rendono

in sì bel giorno

laudi, ed onori:

perciò v’idio

arder di pio

desiderio i pastori a far che adorno

ciascun di fiori

qui comparisse, a celebrare il santo

dì, che piacesse al vostro Dio cotanto.

Quel giorno memoro,

se tal ei puole

dirsi, che il sole

ancor risplende

non si vedea,

quando il gran Dio,

qual sposo amante,

le luci sante

fisso sopra di Voi qual altra Dea:

si allor che pio

destinandovi Madre del suo Figlio

Vi rendè immune dal comun periglio.

Ed ho qual gaudio

in ciel si accrebbe!

Chi ‘l crederebbe?

Deh voi spiegatelo

almi, e beati

spirti celesti,

che il gran momento

pien di contento

celebraste d’amor tutto infiammati:

che mai tu festi

o superbo Dragon? Tornasti giuso

per giusto guiderdon vinto, e confuso.

Or chi non debbavi,

alma eroina

pura, e divina

dir, che Voi l’unica

siete, la vaga

la bella, e intera,

di cui tra tante

l’eterno Amante

sol si compiacque, ed ogni cuor appaga?

Ah sì; la vera

di lui pupilla siete, e il suo tesoro,

l’opra più degna del di lui lavoro.

La Primogenita

Voi sì già fuste;

tal le vetuste

sacrate pagine

fanno a noi fede.

Voi foste esente

sì, dall’antica

colpa nemica:

sì, non osò d’insidiarvi il piede

il rio serpente:

si, quella foste Voi Arca gradita,

per cui l’uom fello si salvò la vita.

Cieli o voi ditelo,

che allor presenti

ai bei momenti

di Lei mirastivo

pien di stupore

la bella Imago:

qual non si apprese

gaudio , ed intese?

A Lei qual gloria non si diede, e onore?

Io so, che pago

Il Sol restonne, e ogni più chiara Stella

al riflesso di Lei parve men bella.

Qui ancor s’intesero

inni festivi.

Che non udivi?

Chi al cedro, e al platano

la somigliava:

chi a quel de’ campi

giglio odoroso,

bello, e vezzoso.

Chi , da Te quando impetro, a Lei gridava

che orma qui stampi

cinta di nostra uman spoglia terrena,

e vieni a liberar noi da catena?

Altri pregavano:

dhe vieni o Sposa,

dolce, amorosa:

Tu sei quell’Iride

di pace eterna,

che Iddio di porre

promise in segno,

che il suo gran sdegno

iva a cessar per sua bontà paterna.

Sì, vieni a sciorre

noi da que’ lacci, che ci tengon stretti;

vieni, o Sposa, a scaldare i nostri affetti.

Or va tu, e vantati

Drago superbo,

che al caso acerbo

sapesti vincerla:

va, è dì, che schiava

tu la rendesti:

va, e dì, che infetta

fu pur Concetta:

Va, e dì, che il tuo furor tutto l’aggrava:

Va, e di, che avesti

sopra di Lei l’impero. In van prefumi;

invan tu verso di Lei rivolgi i lumi.

Seguite, o Arcadi

i vostri canti

lieti, e festanti,

se un dì più celebre

non vide il Cielo;

ne qua sen vide

un altro eguale;

certo egli è tale;

che tutto a se richiama il nostro zelo:

ei già ci arride

più che il merto non sia: onde a sua gloria

di Lei cantiamo l’immortal Vittoria.ii

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iAAV. Dataria Ap., Processus Datariae vol. 153 f. 57r.

iiVari componimenti in nome dell’Immacolata Concezione di Maria, recitati dagli Arcai della colonia Aletina, nella Chiesa di S. Maria della Verità de’ Padri Agostiniani, Eremitani, Scalzi di Napoli agli 8 di Dicembre del corrente anno 1766, nella stamperia Simoniana.

Lorenzo Kreaytter de Corvini Vescovo di Vieste (di Nicola Parisi).

Mons. Lorenzo Kreaytter (foto Archivio Curia di Vieste)


La città di Vieste è situata sul promontorio del Gargano ed è stata sede vescovile, suffraganea dell’Arcivescovo di Manfredonia, fino al 1818 quando fu affidata in Amministrazione Apostolica al vescovo Metropolitano. La Diocesi era costituita dal territorio della città, dalla località dell’antica Merinum e dai casali in abbandono di S. Salvatore, S. Felice, oltre che dai luoghi di Sfilzi della Battaglia e S. Tecla. La città contava incirca trecento fuochi e duemila anime, soggetta alla giurisdizione del Re Cattolico e conseguentemente anche i frutti della Mensa vescovile erano modesti, nelle annate migliori intorno ai cinquecento ducati.

L’incursione turca del corsaro Dragut del 15 luglio 1554, portò distruzione e morte nella città e nel suo territorio; Vieste fu in grado rinascere grazie alla munificenza dell’imperatore Carlo V, che la riportò nelle città di regio demanio. Tuttavia la ripresa non fu facile e gli eventi successivi non ne agevolarono il corso, il terremoto del 21 maggio 1646 collassò completamente la città con molti crolli e un numero elevato di morti. L’Arcivescovo Antonio Marullo, con distinta relazione alla Congregazione de Vescovi e Regolari, rappresentava un quadro drammatico degli eventi del sisma, che aveva colpito tutto il Gargano nord e, in particolare la città di Vieste. Il Marullo così diceva: luogo senza Diocese alcuna, che costituiva già un Vescovato miserabile e povero è questo luogo è Viesti mio suffraganeo soloi, e ne suggeriva l’unione con altra Diocesi, così come era accaduto per altre piccole realtà.

Le condizioni economiche, sociali e nei costumi della società dell’epoca non erano delle migliori e i vescovi denunciavano lo stato di fatto nelle loro Relazioni ad Limina, ma al tempo stesso si adoperavano per risollevare quella popolazione dallo stato di degrado. Tale fu l’impegno di monsignor Raimondo del Pozzo, che governò la diocesi per circa un quarto di secolo (1668-1694); egli si prodigò come pastore avendo cura di visitare frequentemente la Diocesi, riscostruendo i luoghi sacri e convocando il Sinodo nel 1670ii. L’età avanzata e l’epidemia di febbre sofferta tra il 1679 e il 1680, in modo pesante mietendo vittime, rallentarono in efficacia l’azione del vescovo, con grave danno per la popolazione. I suoi successori, monsignor Andrea Tontoli (1695-1697) e monsignor Francesco Antonio Vulturale che fu vescovo di Vieste per pochi mesi, non giovarono al bene di quella chiesa. L’età avanzata del primo e la brevissima durata dell’episcopato del secondo, non gli permisero di portare a termine una incisiva azione pastorale Non mancò, comunque monsignor Andrea Tontoli al suo dovere, nel rappresentare le difficoltà di governo, della piccola Diocesi affidatagli, posta distante rispetto alla Sede Apostolica, come fece denunciando soprusi e vessazioni nelle sue lettere indirizzate al Papa Innocenzo XIIiii.

Alla guida della Chiesa di Vieste fu chiamato un religioso romano il R. P. Lorenzo Kreaytter de Corvini presbitero, monaco Silvestrino dell’Ordine di san Benedetto, priore del Monastero di Santo Stefano del Cacco, teologo e filosofo noto non solo in Roma per le sue qualità e per le sua oratoria.

Il futuro vescovo nacque a Roma il 4 dicembre 1658 da Jo: Federici Creutter e Francesca Morelli e, fu battezzato nella chiesa di Santa Maria del Popolo, l’8 dicembre dello stesso anno, con il nome di Nicoalus, Basilius, Tomas. Lo accompagnò al fonte battesimale, come padrino, Girolamo Simonucci di Castelfidardo della Diocesi di Loretoiv.

Ricevuta la prima formazione cristiana in famiglia, entrò in noviziato fra gli Agostiniani Scalzi assumendo il nome di «Lorenzo di San Francesco»v.

Negli atti del processo informativo i testimonivi affermavano che Lorenzo era nato in legittimo matrimonio, di conoscere personalmente le sorelle di cui una al presente defunta

Nelle rispettive deposizioni agli atti affermavano di conoscere da sedici - diciotto anni circa il. R.P. Lorenzo Kreaytter de Corvini, che avevano incontrato in occasione delle prediche quaresimali in Santa Maria in Trastevere, oltre che per aver praticato lo stesso nel Convento di Gesù e Maria al Corso de R.P. Agostiniani Scalzi, ove egli era Religioso e successivamente di aver mantenuto i rapporti quando egli passo alla Congregazione Silvestrina dei Monaci di san Benedetto nel Convento di Santo Stefano del Cacco in Roma.

Al termine del corso di studi in Filosofia e Teologia il 16 febbraio 1683 dopo aver dissertato sulle materie, reputato sufficientemente istruito ed erudito, conseguiva la licenza in Sacra Teologia “Superiorum Licentia, et facultate libere concionare valeasvii.

Fra le cariche ricoperte quelle di Commissario Generale e poi Provinciale nel Convento degli Agostiniani scalzi di Gesù e Maria al Corso. Nell’anno 1693 mentre era religioso in detto Convento, passò alla Congregazione dei Monaci Silvestrini; ottenendo l’indulto, della Congregazione dei Vescovi e Regolari, in data 18 settembreviii.

Il 1° ottobre 1693 la Congregazione sopra lo stato dei Regolari concesse al Kreaytter di compiere il noviziato in Santo Stefano del Cacco in Roma, sede del procuratore generale della Congregazione Silvestrinaix.

Avuto anche il benestare della Penitenzieria Apostolica (8 ottobre 1693)x, l’11 ottobre nella chiesa di Santo Stefano del Cacco «P. Lorenzo di S. Francesco» fu «spogliato» dell’abito degli Agostiniani Scalzi e «rivestito» dell’abito silvestrino con il nome di «D. Lorenzo Kreaytter»xi.

Ottenuta dal papa Innocenzo XII, con breve del 21 novembre 1693, la dispensa di ridurre il noviziato a quattro mesi (invece dei 12 mesi previsti dal diritto canonico)xii, l’11 febbraio 1694 emise la professione monastica nella chiesa di San Benedetto in Fabriano, sede dell'abate generale della Congregazione Silvestrina e fu assegnato alla comunità di Santo Stefano del Caccoxiii.

Il passaggio di don Lorenzo, dagli Agostiniani Scalzi alla Congregazione Silvestrina, fu accompagnato da una intensa attività di pensiero, che si manifesta, come deponevano i testimoni nel processo concistoriale, nelle prediche tenute a Santa Maria in Trastevere e in diverse altre città, avendo egli la facoltà di predicare. La fervente attività del giovane prelato si divulgò in numerosi scritti di carattere religioso e teologico come il Sacrum Theatrum Bibliorum opera in due tomi data alle stampe in Venezia e pubblicata nel 1690, autore P. Laurentio à Sancta Francisca Romana. Il primo volume portava la data di approvazione del 12 settembre 1688 ed era dedicato al cardinale Paluzzo Paluzzi Altierixiv; il secondo tomo, con approvazione dei superiori del 25 novembre 1689 era dedicato al Serenissimo Cosimo III dei Medicixv, dal quale negli anni successivi avrebbe ottenuto riconoscimenti e benefici.

Il Granduca di Toscana Cosimo III il 26 novembre 1694 conferiva al padre Lorenzo KREAYTTER de’ Corvini di Germania Monaco Silvestrino Romano dell’Ordine di S. Benedetto, di cui fanno ben chiara Fede l’Opere, che egli ha dato alle stampe, e la Dignità che sostiene di Abbate di questa Congregazione della sua Religione;…. in virtù della presente Lettera Patente lo eleggiamo,e deputiamo Nostro attuale Teologo, con tutti gl’honori, Privilegi, e prerogative, che son solito godersi da chi tiene la sudeta qualità nella nostra Cortexvi.

Vincenzo Giulianixvii nelle sue Memorie Storiche, Politiche, Ecclesiastiche della Città di Vieste, data alle stampe nel 1768, scrive che don Lorenzo, prima di essere destinato alla Chiesa di Vieste era conosciuto per aver dato alle stampe molti opuscolixviii, oltre che per aver predicato in varie parti dell’Impero e a Venezia, definendolo uomo di grande abilità. L’autore definisce il Keaytter Prelato di grandi espedienti, ma molto acceso di fantasia, come dimostra la seguente descrizione, che si legge nel palazzo vescovilexix, una lunga iscrizione che, costituisce un vero curriculum vitae del vescovo Lorenzo .

All’età di 39 anni, il 20 novembre 1697, quando Papa Innocenzo XII lo creava Pastore della Chiesa di Vieste, egli ricopriva l’ufficio di priore di Santo Stefano del Cacco. Nelle pagine del processo concistoriale dell’Abate Lorenzo, gli attestanti concordavano sulle qualità morali, e di costume, sulla rettitudine di fede, così come sulla dote della docile parola e dell’abile amministrazione delle cose del mondo. Fu consacrato a Roma il 24 novembre 1697xx.

Successore di Mons. Francesco Antonio Vulturalexxi, morto dopo appena dieci mesi dal suo ingresso in residenza nell’ottobre del 1697, il novello vescovo di Vieste, Lorenzo (Laurentius) Kreutter de Corvinis chiese di visitare i Sagri Limini prima di raggiungere la sede episcopale. Egli visitava, così, le Basiliche romane dei SS. Apostoli Pietro e Paolo tra il 12 e il 13 dicembre 1697xxii.

Stemma Epscopale Mons Lorenzo Kreaytter de Corvinis.

Giunto in sua residenza nel 1698 egli compiva la Visita Pastorale della sua piccola Diocesi, e convocava il Sinodo che tenne, poi, tra il 7-8 giugno del 1699 come egli stesso afferma nella Relatio ad Limina del 23 giugno. xxiii

E’ sempre il Giuliani, a informarci, sulle iniziative del novello pastore, il quale fece erigere il nuovo altare maggiore e consacrò la Chiesa Cattedrale il 15 maggio 1698, registrandone memoria nel libro delle conclusioni del Capitolo.xxiv

L’impegno nella cura pastorale e lo zelo del Vescovo Lorenzo, emergono dalle lettere che egli inviava al papa appena giunto in Viestexxv: e con la stessa humiltà espongo, qualmente havendo in questa Città trovato più di quanto mi disse nel licenziarmi da Roma l’anno passato la B.ne V.ra.; principiava col tratteggiare un quadro d’insieme della vita civile in questa città, iniziando dal clero mentre arrivato conobbi che pochi erano que’ sacerdoti, che non vivessero con le loro concubine. Il clero sregolato in guisa che perduta fin la forma dell’abito ecclesiastico, cammina di giorno e notte con stili e pistole à fianchi e con le stesse molti sacedoti vi concelebrano. Il canto della Catedrale e ad uso di villa cantandosi ad aria e non con le note del canto fermo. Il Palazzo Vescovale pareva un sfasciume di camerette senza esservi Cappella. Il S.mo Viatico à gli infermi portavasi vilmente con una rotta ombrelletta, e con tre o quattro al più solo chierici. La chiesa Catedrale senz’alcuna forma, decoro, et altare gentilicio sembrava essere rurale con un pozzo nel mezzo, dal quale huomini, fanciulli è femine fin nel tempo che si celebravano le messe andavano a pigliar acqua, servendo a preti per far cadere le samaritane, e non perché fonte da convertirle. E per dir tutto in poche parole perduta affatto la forma del vivere ecclesisastico era rimasta solo nelli sette più vecchi canonici. A tal specchio affaccinadosi il secolo qual fosse la S.V. lo puo supporre. Quanto al popolo in genere egli riferiva: Li figliuoli di 7 et 8 anni senza, non dico sapere la dottrina Christiana, l’Ave m.a et il Pater; ma ne meno sapersi fare il segno della Croce.

Del malessere che opprimeva la chiesa e la società viestana egli indicava le cause prime: Tutto ciò hebbe l’origine dal non essersi conosciuti Vescovi per lo spazio di anni 27 mentre 23 e pìu anni Monsignor del Pozzoxxvi visse inchiodato in un letto dalla podagra, et ogn’uno faceva à suo modo. A’ questi succeduto Monsignor Tontolixxvii come vecchio di 83 anni, et infermo non potè in un anno e mezzo, che più tosto agonizzo, che visse, dar sesto ad un tanto sconvolgimento. Venuto quì il mio antecessore Monsignor Vulturale, e cominciato a mostrare il suo zelo, dopo un mese e mezzo che si trovava in questa residenza (perché qui non vogliono conoscere ne rigori, né superiori, ne giustizia) fu con un sottrativo velenato. Il deterioramento, che il vescovo Lorenzo denunciava, era stato oggetto di attenzione nelle Relazioni ad Limina e nelle lettere indirizzate alla sede Apostolica. Oltre l’ignoranza in fatto di fede, emerge lo spaccato di una società malata (corruzione, vessazioni, concubinati etc.) Il Vescovo del Pozzo scriveva: Mores populorum irreprensibilites non sunt, Divina tamen adiuvantia gratiam illos proefectum in via salutis non despero. Quidam iniquitatis filiis in abominabili concubinatus vivents. Dei Misratione Clemaentia à servitute vitiorum ad liberate filiorum dei feliciter convolaruunt et nupex adultera in eodes coeno sordescens in esilium longum eiecta intra Limiter costituto cum suo viro in pace commoramur.xxviii Nel passare degli anni i mali non sembravano venir meno come riferiva il Kreaytter : Mores populi etsi libidini, murmutationi, falsitati, et malignitati ab incunabulis proni est irreprensibili non sunt.xxix

Senza perdersi d’animo il Vescovo Lorenzo, animato da zelo apostolico iniziava a lavorare, in questa vigna del Signore, adottando gli opportuni rimedi: In questa guisa ritrovai questo gregge degno di piangersi co Ireni di Geremi: nulla di meno postomi sotto l’ombra del Crocefisso, no disperando l’impresa, à di lui eterna Gloria, posi rimedio al tutto con gl’ordini opportuni, e con andare, et ad amministrare à gl’infermi il SS.mo Viatico, et in Choro à cantare con Canonici; con insegnare à figliuoli la dotrina in Chiesa tutte le feste con haverla distinta in 10 classe; e con predicare le feste, e la passata Quaresima.

Il mondo laico e la vita civile della città non erano immuni dai mali antichi e nuovi del secolo e, per questo, egli tentava di riportare quella popolazione ad un vero vivere civile e cristiano: Rimediato à tutto il sopradetto volgei gli occhi al secolo, e trovando concubinati vecchi di 10 e 20 anni, che le feste non differivano da giorni feriali. Li matrimoni succedevano dopo di havere havuto prima la prole; e che altro non fioriva (così fossero abolite) che la mormorazione, l’invidia, la libidine, e la vendetta: cominciai à porre il dovuto riparo; et al capo della Città, che è il Sindico chiamato Gio: Ant.o Fioravantixxx (huomo senza alcuna fede, e che per 5 anni continui à forza dell’entrate della Città comprati li voti si è fatto confermare nel Sindicato) saputo che erano 10 anni che viveva in concubinato con Margherita Solitro, feci più volte paterne ammonizioni, diedi avvisi, come feci fare anche alla donna; e finalmente vedendo che tutto disprezzavano, gli sospesi ancora li Sagramenti. Questo giusto atto, che richiedeva l’obbligo della mia cosicenza servì a fomentarmi ad ogni ora risse, e darmi disturbi; e come che ha havuto sempre un genio contrario alla Chiesa, et à Vescovi, facile gl’è riuscito di seminar discordie; ma tutto hò superato. Ultimamente in un atto d’inosservanza di festa (nel quale ho provveduto hoggi nella forma, che vedrà la S.tà V.ra nell’ingionto Monitorioxxxi che trasmetto) sollevatomi il Governatore Regio della Città tentò togliermi, e m’impedì la Giurisdizione Ecclesiastica è perché è contro li capi 15 e 16 della Bolla in Coena Domini ho cominciato con la dovuta censura.

Ora il vescovo Lorenzo veniva a trovarsi in quella beatitudine del Vangelo di Matteo 5,1-12 (Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno, e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia…): ma appena veduto sù la piazza il detto Monitorio, che con temerità inaudita il Governatore assieme con il Sindico sopradetto vennero hoggi sotto le finestre del mio Palazzo à dirmi ingiurie e disonestissime parole: anzi il Governatore non contento di ciò immediatamente e andato in persona à porre in prigione con ingiuriose parole il fratello del mio Vicario Generale, e dopo di questo si portò alla finestra sua ( che sta incontro ad una loggetta dietro il mio palazzo, dove di quando in quando soglio portarni il giorno) con un Archibugio carico di palle aspettando me vi affacciassi per tirarmi un’archibugiata. Beatissimo Padre io non curo la morte per Iddio, per la Chiesa, e per la S.tà V.ra: e benchè dichino li sopradetti che ò la vita, ò lagrime di sangue mi haverà da costare l’haver fatto questo monitorio, nel quale V.ra S.tà vedrà qual modo e politico, e paterno hò usato per non venire à quest’atto; io ne l’una, ne le altre stimo pure che restino sagrificate alla difesa dell’immunità e libertà della S. Rom.a Chiesa di cui vissi, vivo e viverò sempre ubbidientissimo servo e figlio. Ne spedisco l’avviso alla S.tà V.ra di quanto mi accade (se pure si potrà giungere il Postiglione, che partì hieri) acciò se succedesse maggior male, ò la mia morte Vostra Beatitudine ne sappia l’origine. Tentarò nulla dimodo, in qualche modo sottomano se potrò distinguere l’incendio, amando più la quiete, che li disturbi, e quando non mi sortirà, sia fatta la volontà divina. La cronaca di quei giorni, mostrava, come benchè la carica vescovile fosse localmente importante, non metteva il Vescovo al riparo da violenze.

I fatti riportati nella missiva, rispecchiavano la difficile vita civile di quella popolazione soggetta ad angherie e soprusi, ma anche non abbastanza educata dal clero locale. Nella lettera seguentexxxii il presule parlava di nuove minacce e dell’aria pesante che si respirava in città: faccio qui sapergli come dell’affare, che ardìi notificargli giovedì della passata per espresso mandato à posta, restò sopito il tutto per grazia di S.D.N. senza mia lesione; mentre questo per mezzano un Gentihuomo, che qui trovasi per accidente, furno dal Governatore restituite le robbe. Non restano però che il Sindico, et il detto si vantino farmi chiamare, et a Napoli, et à Roma per il Monitorio fatto all’uno, e li Sagramenti sospesi all’altro: che se questo adesso per loro bontà (come dicono) ho scampato, che non mi habbiano tolta la vita, non fuggirò per l’avvenire che non mi costino lagrime e sangue. Ispirandosi al Salmo 37-13 (Il Signore ride dell’empio, perché vede avvicinarsi il giorno della sua rovina), egli scriveva: Io però mi rido di quanto pretendino fare, ne lo curo, pure che habbia la grazia di Dio, e quella della S.tà V.a; anzi appligiatomi à quanto scrive Seneca, che multum adiicit sibi virtus lacertia, dalle contrarietà de’ sopra detti prende più vigore il mio zelo pastorale: ne lasciarò di porre se sarà d’uopo, al sacrificio dell’altrui sdegno in beneficio della Chiesa la stessa mia vita. La tensione in atto fra Vescovo, Sindaco e Governatore, rientravano nell’aspra contesa giurisdizionale fra Potere secolare e Chiesa. Forse il Sindaco e il Governatore nell’attentare la giurisdizione vescovile, si sentivano le spalle protette. Infatti, si vantavano di essere in grado di farlo convocare a Napoli per una reprimenda del Vicerè o di qualche magistrato.

Il vescovo Lorenzo non si lasciò intimidire né condizionare dai signorotti del posto e dai loro bravi, amministrando la chiesa di Vieste con zelo operoso, come egli stesso riportava nella Relatio ad Limina datata 23 giugno del 1699 e inviata a Roma dopo che, a distanza di ben trentacinque anni, aveva tenuto il Sinodo nei giorni 7- 9 giugno 1699 pubblicandone le costituzionixxxiii.. La Relazione ad Limina è ricca di notizie sullo stato della Diocesi di Viestexxxiv. Metteva a corrente la Sagra Congregazione, delle inziative promosse (Sinodo) e realizzate (Sagra Visita, formazione dottrinale del clero e catechetica del popolo). Enumerava, poi le chiese oltre la cattedrale (Sanctae Crucis, Sanctae Mariae dè Carmelo, Sanctae Mariae de Gratiarum, et S. Mariae Pietatis, … dirutum Ecclesia, seu Abbatia Sancti Nicolai Barensis). Nel territorio della Diocesi riportava la chiesa rurale di San Lorenzo e quella di Sancte Mariae Annunciationis dicat, antica cattedrale della diocesi i Merino. Due erano le famiglie religiose con i loro monasteri: i Conventuali e i Cappuccini. I laici, erano aggregati in tre confraternite: Santissima Trinità, Santissimo Sacramento e Sant’Antonio di Padova. In città era presente una struttura di accoglienza “Hospitale prò pauperibus” al quale mancavano però redditi adeguati. Mancavano il seminario e monasteri femminili, Nel descrivere i luoghi menzionava poi gli antichi casali di S. Salvatore, S. Felice, Sfizi della battaglia e S. Tecla.

Egli era nuovamente a Roma per la visita ai Sagri Limini il 3 febbraio 1700,xxxv mentre di un successivo viaggio alla Sede Apostolicaxxxvi scrive egli stesso al papa Clemente XI,xxxvii successore di Innocenzo XII:xxxviii Non ho modo Beatissimo Padre da poter in quanto umilissimo figlio, che mi prostra ai Piedi della S.à V.ra, esprimere il giubilo, che ho inteso dell’assunzione di V.ra Beatitudine al Vaticano Impero. Se le lacrime, che hanno somministrato lo sfogo dell’allegrezza potessero subentrare nell’inchiostri, in questa umilissima pagina spiegherebbero apertamente la verità di quelle esprimono. Dio, la cui somma Provvidenza ha sollevato à tanta altezza il merito singolare di V.ra S.tà sia quello per sua Misericordia gli emenda lunghissima vita, e felicità di Governo per bene di S. M.re Chiesa, e riservandomi doppo l’Avvento venir sollecito à tributar à suoi Santi Piedi il bagio del mio vassallaggio, sperando dalla gravosità per tanti anni addietro da me sperimentata della S.a V.ra il mio sollievo, genuflesso imploro la sua Santa Benedezione.

Il vescovo Lorenzo moriva a Vieste, in sua residenza il 14 luglio 1701xxxix

Nicola Parisi medica

i AAV. Congr. Concist. Relat. Dioec. Vol. 867 ff.73-74.

ii AAV. Congr. Concist. Relat. Dioec. Vol. 867 f. 105r, f. 123r.

iii AAV. Segr. Stato Vescovi e Prelati lettera del 18 settembre 1695 f. 460. Antonio Marullo, palermitano, figlio di Tomaso e Ippolita Notarbartolo ereditò dal fratello Ignazio del titolo di marchese di Condagusta, che donò a Tommaso Marullo di Francesco, fu Arcivescovo di Manfredonia dal 31 agosto1643 al 18 dicembre 1648. Durante il quinquennio del suo episcopato, celebro il Sinodo nel 1644, si prodigò per l’erezione del seminario e la cura delle chiese distrutte dal sacco dei turchi del 1620. Il terremoto del 31 maggio 1646 arreco molti danni, ai paesi della Diocesi, arrecando nuove miserie alle popolazioni del Gargano nord. Per la sua carità, il Sarnelli riporta, l’Arcivescovo Marullo fu chiamato padre dei poveri. Morto in residenza fu sepolto per suo volere davanti l’altare maggiore.

iv AAV. Dataria Ap. Processus Datariae, 74, Fede di battesimo, f. 283.

v Archivio del monastero San Silvestro in Montefano presso Fabriano (= AMF), Memoriali e rescritti, 1 , p. 27.

vi AAV. Dataria Ap. Processus Datariae, 74 f. 281r e f. 289v (R.D. Josehp Taddeus Spoletan Diocesis Presbyter et Beneficiatur Sancte Mariae Transtiberin e R. D. Joannes Iacobus Custos Presbyter Romanus Sacrista et Magister Cerimoniae Sancate Mariae Transtiberin).

vii AAV. Dataria Ap. Processus Datariae, 74, Attestato di licenza in Sacra Teologia, f.284.

viii AMF, Memoriali e rescritti, 1, p. 27.

ix AMF, Memoriali e rescritti, 1, pp. 27-28.

x AMF, Memoriali e rescritti, 1, pp. 28-29.

xi AMF, Memoriali e rescritti, 1, p. 29.

xii AMF, Libri dei Novizi e dei Professi, 1, f. 71r.

xiii AMF, Professioni, b. 3, ad annum.

xiv Paluzzo Paluzzi Altieri, Paluzzo Paluzzo degli Albertoni (Roma 8 giugno 1623 – 29 giugno 1698); prese il cognome Altieri quando venne adottato come nipote dal papa Clemente X. Ottenuti gli ordini sacri, venne creato cardinale nel concistoro del 14 gennaio 1664 e ricevette la porpora e il titolo dei SS. XII Apostoli il 15 marzo 1666. In seguito fu eletto Vescovo di Montefiascone. Morì il 29 giugno 1698 e la salma venne sepolta nella cappella di S. Giovanni Battista da lui fatta erigere in Santa Maria in Portico in Campitelli.

xv Cosimo III de’ Medici (Firenze 14 agosto 1642 – 31 ottobre 1723), figlio di Ferdinando II de’Medici e di Vittoria della Rovere, fu il penultimo granduca di Toscana appartenente alla dinastia de’ Medici. Regnò per cinquantatre anni dal 1670 al 1723. Il suo regno fu il più lungo nella storia della Toscana, anche se, caratterizzato da un forte declino politico ed economico.

xvi AAV. Dataria Ap. Processus Datariae, 74, Attestato del Gran Duca di Toscana, f. 285.

xvii Vincenzo Giuliani ( Vieste 1733 – 22 novembre…. 1799). Come il padre si laureò a Napoli come medico e filosofo e, tornato a Vieste, iniziò la professione medica. Raccolse ingenti notizie sul Gargano che diede alle stampe nel 1768 con il titolo di Memorie storiche, politiche, ecclesiastiche della città di Vieste. Trasferitosi a Pettorano sul Gizio con la famiglia continuò a scrivere opere d’interesse storico-archeologico, andate perdute. Morì nella città natale nel 1799.

xviii Fra le altre opere, diede alle stame una novena: Sacri momeni destinati alle anime divote in nove giorni di preparazione alla festa di san Nicolo il Magno … da Lorenzo Kreaytter de Corvini monaco silvestrino. Roma 1696

xix V. Giuliani: Memorie: Storiche Politiche, Ecclesiastiche della Città di Vieste, Napoli 1768. Quando scrive del Vescovo Kreaytter, a pag. 154-155 riporta una iscrizione presente nel palazzo vescovile, oggi non più esistente: D.O.M. Laurentius Kraytter de Corvinis Sacri Romani Imperii Comes &c, cui Patria Roma, origo Germania, Stirps Reges Ungariae; tertio vix expleto lustro Eremitarum S. Augustini strictioris observatiae Religionem ingressus, in ea Lectoris, Commissarii Generalis, ac esiusdem totius Religionis primi Provincialis officia sustinuit. Laborum inde regiminum, & austeritatis vitae caussa spasmatico lethali morbo oppressus in trigesimo quinto aetatis suae anno, Sanctissimo Domino nostro Papa Innocentio XII, jubente, ad Monacos Sylvestrinos Ordinis S. Benedicti transaluts, Priori Abbatiae S.Stephani supra Caccum Urbis officium etiam rexit. Undecim librorum volumina dedit, vid unum Sacrum Theatrum Bibliorum tom. quatuor super Genesim, Apocalisse discifrata tom. unum in fol. Fastus mariales tom. unum in fo. Theologiae Scolasticae: l’Idea del Monachesimo tom. unum in 4.. Convito del Divino Amore tom. unum in 4. Li sacri momenti dell’anima tom. unum in 4. Lo studente reso pratico in ogni materia di scienze tom. unum in 4. Sexdecim Quadragesimas primis in Europae Civitatibus concionavit, nempe in Cathedralibus Patavii, Ravennae, Bergomi, Januae, Firmi in Piceno, Spoleti in Umbria, Parmae, Urbis Veteris, Florentiae, Brixiae, Mediolani, Laurinis, bis Venetis, & Basilicis Transtyberina ac Liberiana Romae: Sed cun publicus Sacrae Scripturae interpres S. Romanae, & universalis inquisitione, ac Magistri Sacri Palatii Apostolici librorum censor, nec non Sereniss. Cosmi III. Magni Ducis Hetruraie actualis Theologus fuisset, & licet Hebraicae, Arabicae, Graecae aliarumque linguarum peritiam adeptus fuisset, tandem ad hanc Sacrosantam Vestanam Ecclesiam in fine trigesimi noni suae aetatis anni Sanctissimo Domino nostro Papa Innocentio XII. vi praecepti sanctae obedientae, per breve sub decima octava Novembris die, anni MDCXXCVII. expliciti evectus die quarta eiusdem, & XXIV ipsiusmet mensis in sua Eccclesia S. Stephani supra Caccum de Urbe consacratus, suam sponsam regere; ara superiore decorare, Palatiumque hoc Episcopale nobilitare; & in hanc formam suis sumptibus redigere conatus est Anno Domini MDCXCVIII, die XXVIII mensis Maii.

xx V. Giuliani: Memorie Storiche Politiche, Ecclesiastiche della Citta di Vieste, pag. 153

xxi Francesco Antonio Vulturale, napoletano,fu Vescovo di Vieste per un breve periodo (gennaio-ottobre 1697), morì il 14 ottobre 1697 in sua residenza.

xxii AAV. Congr. Concist. Relat. Dioec., 867, ff. 167-168. I Vescovi erano obbligati a visitare i SS. limina Apostolorum (Basiliche di S. Pietro e S. Paolo) ogni tre anni come da Bolla di Sisto V Romanus pontifex del 20 dicembre 1587. Siccome il viaggio era lungo, i Vescovi facevano già la prima visita, essendo a Roma, in occasione della nomina ed esame di idoneità.

xxiii AAV. Congr. Concist. Relat. Dioec., 867, f. 173-174, Vieste 23 giugno 1699.

xxiv V. Giuliani, Memorie Storiche Politiche, Ecclesiastiche della Città di Vieste, pag. 153 riporta la nota registrata nel libro delle conclusioni del Capitolo: MDCXCVIII. DIE XV. MENSIS JUNII Ego Laurentius Kreaytter de Corvinis Episcopus Vestanus Consacravi Ecclesiam, et Altare hoc in Honrem Sancti Georgii Martyris, et Reliquias Sanctorum Martyrum Justi, et Pii in eo Inclusi, et Singulis Christi Fidelibus Hodie Unum Annun, et in die Anniversario Consecrationis Omnibus Ipsam Visitantibus Quatraginta Dies de Vera Indulgentia in formam Ecclesiae Consueta Concessi. Come riferisce l’autore il nuovo altare maggiore fu eretto con i denari di mosignor de Pozzo, mediante dispensa della Sagra Congregazione

xxv AAV. Segr. Stato, Vescovi e Prelati, 90, lettera del 7 agosto 1698 ff. 168-171, le citazioni in corsivo sono tratte dalla lettera

xxvi Raymondo del Pozzo (Messina 17 gennaio 1622 – Vieste 30 ottobre 1694). Di nobile famiglia, figlio di Giovan Francesco, compiuti i primi studi a Messina li proseguì a Roma al Collegio Romano, pubblicò, tra le altre opere: nel 1656,  Circolo tuscolano, nel 1658, Romana veritas contra haereticos, l'anno dopo Poesie degli accademici della Fucina in quanto era sodale dell'Accademia della Fucina di Messina col nome di Negletto. Nel 1660 fu insignito, per dispensa avuta da Malta, della croce dell'Ordine ed ottenne la Commenda di Alcina. Fu Vescovo di Vieste dal 10 novembre 1668 al 30 ottobre 1694. Sostenne i diritti della chiesa Vestana contro le pretese della Congregazione Celestina. Segr. Stato, Vescovi e Prelati, 83, ff. 141-145 e ff. 257-258.

xxvii A Ciuffreda: A tre giorni di cammino da Napoli. L’ascesa di una famiglia patrizia di Capitanata: I Tontoli di Manfredonia tra XVI e XVIII secolo. Melange dell’école francaise de Rome, Année 1991, pag. 165-216. Andrea Tontoli (Manfredonia - Vieste 21 ottobre 1696). Figlio di Ludovico Tontoli e Caterina d’Aprile, dottore in utroque jure, fu Archidiacono, Vicario Capitolare e Vicario Generale dell’Arcivesovo di Manfredonia. Elevato alla dignità episcopale della Chiesa di Alessano (1667), fu successivamente traslato alla chiesa di Vieste il 7 febbraio 1695. La famiglia Tontoli, presente a Manfredonia fin dal 1534, apparteneva alla classe dirigente di, una Università regia, un importante centro agricolo e commerciale dell’Adriatico. L’ascesa nella nobiltà cittadina si manifestò mediante un percorso politico nella vita cittadina, rivestendo diversi incarichi e un’attenta strategia matrimoniale e di comparaggio, con importanti famiglie. Nella famiglia Totoli ebbero i natali Francesco Tontoli, somasco, che fu Vescovo di Ischia, suo fratello Gabriele che fu Vescovo di Ruvo e il nipote di questi Andrea.

xxviii AAV. Congr. Concist. Relat. Dioec., 867, ff. 124-124.

xxix AAV. Congr. Concist. Relat. Dioec., 867, ff. 173-174.

xxx Gio: Antonio Fioravanti sindaco di Vieste. Apparteneva a una delle ventiquattro famiglie, che eleggevano i decurioni della città. La famiglia Fioravanti, annovera diversi ecclesiastici nel clero viestano, fra i quali don Michele Fioravanti Vicario Capitolare (1708). I Fioravanti avevano lo jus padronato sull’altare di S. Anna nella cattedrale. V. Giuliani: Memorie Storiche Politiche, Eclesiastiche della Città di Vieste, pag. 180, 195.

xxxi Il Monitorio era una “ingiunzione” ufficiale, e pertanto pubblica. Poi in caso di insistenza si passava alla Scomunica.

xxxii AAV. Segr. Stato, Vescovi e Prelati, 90, lettera del 12 agosto 1698 f. 168.

xxxiii Gli atti del Sinodo furono dati alle stampe: Constitutionis Synodalis pro Vestana Diocesi ab Illustriss. Ac. Reverendiss. Domino D. Laurentio Kreayttter de Corvinis…, Roma ex Typhographia Rev. Cam. Apost. 1700, unitamente al Taxa Curiae Episcopalis Vestanae. Sul frontespizio riportano lo stemma episcopale del Kreaytter.

xxxiv AAV. Congr. Concist. Relat. Dioec., 867, ff. 173-174, cit.

xxxv AAV. Congr. Concist.. Relat. Dioec., 867, ff. 175-176,

xxxvi AAV. Segr. Stato, Vescovi e Prelati, 92, lettera del 3 dicembre 1700, f. 144v.

xxxvii Papa Clemente XI, al secolo Giovan Francesco Albani (Urbino, 23 luglio 1649- Roma, 19 marzo 1721), creato cardinale il 13 febbraio 1690, ordinato sacerdote nel mese di settembre 1700; fu eletto pontefice il 23 novembre 1700. Il neoletto fu ordinato Vescovo il 20 novembre successivo, mentre, l’incoronazione ebbe luogo l’8 dicembre seguente. Salito al soglio di Pietro all’età di 51 anni, successivamente nessun pontefice fu eletto a un’età più giovane della sua.

xxxviiiPapa Innocenzo XII, al secolo Antonio Pignatelli di Spinazzola (Spinazzola 13 marzo 1615 – Roma 27 settembre 1700), gesuita, fu ordinato Vescovo il 27 ottobre 1652, creato cardinale il 1 settembre 1681; fu eletto pontefice il 12 luglio 1691, incoronato il 15 luglio successivo, Il conclave dal quale usci papa, fu il più lungo dopo oltre 300 anni.

xxxix AAV. Dataria Ap. Processus Datariae, 80, ff. 300-315. Processo Concistoriale del Vescovo Giovanni Antonio de Ruggero, 21 aprile 1703, (Napoli 10 febbraio 1661 – Vieste 8 ottobre 1704).



Mimmo Sesta, l'eroe del Tunnel 29.


(Di Anna M. Ragno. L'articolo è dedicato a Franco Ruggieri, che più di ogni altro ci ha permesso di conoscere questa storia.)

Non m’importa d’essere eroe, la mia missione è quella di dare dignità all’essere umano”. Così disse Mimmo Sesta  all’amico Gigi Spina  nell’illustrargli il progetto di realizzare un tunnel sotto il muro di Berlino, per liberare l’amico Peter Smith rimasto imprigionato nella Germania Orientale.
Mimmo e Gigi scavarono di notte, senza particolari conoscenze d' ingegneria delle gallerie, risolvendo di volta in volta problemi dovuti a crolli e allagamenti. Il "Tunnel 29", così venne chiamato in seguito il tunnel per il numero di persone che i due amici riuscirono a far scappare, misurava 123 metri. Le operazioni durarono quasi un anno.


Il muro di Berlino. Nei primi giorni del mese di agosto 1961 a Berlino si verifica un inconsueto esodo di cittadini dell’Est verso l’Ovest. A migliaia si trasferiscono giornalmente, con le loro masserizie, dalla povera e disastrata Berlino Est, presso parenti e amici della zona Ovest. Si avverte una forte tensione nella città, che fino a quel momento era stata comunque aperta e libera per tutti i berlinesi, nonostante il blocco sovietico. Allo scoccare della mezzanotte tra il 12 e 13 agosto 1961, iniziano i lavori per l’erezione di un confine. Inizialmente costituito da cavalli di Frisia e filo spinato, venne poi sostituito da un cordone di pannelli di cemento armato alto tre metri e, tristemente conosciuto come “Il Muro di Berlino”. La città viene divisa, Berlino Est chiusa. Le famiglie vengono disgregate, gli amici vengono separati.

Una storia d’amicizia. Mimmo, Gigi e Peter sono amici inseparabili, ma quando la città viene divisa in due dal Muro, Peter rimane imprigionato a Berlino Est e chiede aiuto ai due amici italiani.
Mimmo e Gigi, che sono liberi di entrare in Berlino Est in virtù del loro passaporto straniero, gli promettono solennemente che faranno di tutto per farlo fuggire a Berlino Ovest insieme alla moglie e alla figlioletta.
Mimmo e Gigi, pensano ad una impresa più complessa, già tentata prima da altri, ma senza successo: scavare un tunnel sotto il muro di confine. Decidono per questa soluzione, proprio perché coronata da precedenti insuccessi e ritenuta ormai impraticabile da parte della Polizia dell’Est.
Mimmo è l’artefice dell’impresa. A volte è costretto ad operare da solo in quanto l’amico Gigi, è ricoverato in Ospedale per un intervento chirurgico. Elabora il piano, progetta lo scavo del Tunnel sotto la Bernauer Strasse e lo realizza con l’aiuto indispensabile di tanti volontari. Il gruppo iniziale di quattro amici con il passare dei giorni arriva a contare oltre 40 persone.

Il tunnel 29. L’operazione Tunnel della Libertà durarono quasi un anno. Iniziarono nell’autunno del “61, pochi giorni dopo la costruzione del Muro, e terminarono il 14 settembre 1962.
Mimmo e Gigi ottennero la concessione di un deposito in una fabbrica distrutta e abbandonata dalla guerra. Per la costruzione del loro tunnel realizzarono una monorotaia dove far scorrere il famoso carrello a tre ruote (conservata a Berlino al Museo del Muro, dove oggi viene chiamata “La carriola di Mimmo e Gigi”), una linea elettrica, una rete telefonica, un impianto per l’aerazione forzata ed un’impalcatura degna di una classica miniera.
Insomma un lavoro enorme che fece esaurire tutti i soldi degli studenti, dei loro parenti e dei loro amici. Affrontarono mille problemi e diverse interruzioni ma grazie alla testardaggine e alla genialità dei due giovani italiani e al finanziamento segreto della televisione americana NBC, il Tunnel fu portato a termine.



Le origini viestane di Mimmo. Domenico Sesta, per gli amici e i familiari “Mimmo”, è nato a Vieste il 29 gennaio 1937, da Sesta Epifanio (falegname) e Carolina Rado (sarta). La sua casa natale era in Via Montegrappa n. 6, la viuzza del centro storico, che dal 3 marzo è stata dedicata alla sua memoria.


A Vieste ha frequentato le Scuole Elementari fino alla classe IV con l’insegnante Gelsomina Soldano, per essere poi trasferito nel Convitto Nazionale di Lucera, in quanto orfano di guerra. Il papà, infatti, morì il 21.8.1937 nella Guerra di Spagna. Mimmo ritorna a Vieste per le feste e le vacanze estive, fino a quando la famiglia si trasferisce definitivamente a Chioggia, dove alla madre, vedova di guerra, fu assegnato un impiego statale.
Dopo le scuole superiori, Mimmo si iscrive all’Università di Berlino. Qui vive in stretta amicizia con un altro studente italiano Luigi Spina “Gigi”, conosciuto a Gorizia durante le superiori. Gigi frequenta l’Accademia di Arti Grafiche, Mimmo la facoltà di Ingegneria Civile.
Il carattere aperto e solare dei due giovani italiani li porta a stringere amicizia con giovani studenti tedeschi. Tra questi c’è appunto Peter Smith, che sarà la causa ispiratrice del Tunnel.


Ellen Sesta. Durante la costruzione del tunnel, Mimmo conosce Ellen, una ragazza berlinese che lavora in un bar. I due si innamorano subito, ma Ellen viene tenuta all’oscuro di tutto. Poco dopo accetta l’ invito di Mimmo e Gigi di fare da staffetta. Il compito di Hellen è quello di contattare i profughi e condurli fino all’imboccatura del Tunnel, al n. 7 della Schonholzer Strasse.
Nel 1963, dopo l’impresa del Tunnel, Mimmo sposa Ellen. I due continueranno a far fuggire molti altri tedeschi dall’Est verso l’Occidente, attraverso una rete clandestina che produceva documenti falsi. Proprio per questo, Mimmo ed Ellen non esternarono mai ai parenti e agli amici di Vieste la grande impresa del Tunnel. Temevano ancora ritorsioni da parte della Stasi, la polizia politica della DDR.
In seguito Ellen Sesta ha scritto il famoso libro “Il Tunnel della Libertà” da cui in Germania e in Italia sono stati tratti due film e la miniserie televisiva del regista Enzo Monteleone, con gli attori Kim Rossi Stuart (che impersona Mimmo) e Paolo Briguglia (Gigi).
Il Presidente Ciampi nel 2000 ha insignito Mimmo e Gigi della medaglia d’oro al Valor Civile.
Il grande cuore di Mimmo si è fermato per una crisi cardiaca il 5 maggio 2002. Di lui ricorderemo la generosità e “la volontà di dare dignità all’essere umano”.